Pubblichiamo un articolo inviatoci da un nostro lettore, vi ricordiamo che il contenuto dei contributi esterni potrebbe non rispecchiare l’opinione del collettivo Yizhong.

Buona lettura.

-La redazione del collettivo Yizhong

La prima premessa è che queste poche righe non vogliono in alcun modo avere la pretesa di essere esaustive, quanto piuttosto di gettare degli spunti di riflessione o degli elementi utili al dibattito.

La seconda premessa è che questi spunti vengono proposti in un contesto estremamente difficile: parlare di Cina non è mai facile in Occidente. Meno ancora lo è quando il dibattito si sposta “a sinistra”. Eccessivamente falsato da scarsa conoscenza e pregiudizi aprioristici, il tema della discussione finisce semplicemente per rassomigliare più ad una contesa teologica, fatta di speculazioni ed analisi testuali, piuttosto che ad un dibattito scientifico. Nell’ultimo periodo, qualcosa si è concretamente mosso, riuscendo in casi singoli a muovere effettivamente qualche passo.

Tuttavia questi sono ancora del tutto insufficienti, sia per la fase oggettiva che stiamo attraversando – che può potenzialmente condurre ad una situazione rivoluzionaria in molti paesi dell’occidente -, sia per le condizioni soggettive, che impongono cioè alle organizzazioni d’avanguardia di mettersi alla prova con un dibattito franco, sincero e diretto sulla Repubblica Popolare.

Ma perché questo tema, pur nella sua complessità, risulta essere così importante? Certamente non per semplice gusto personale. Esso vi è, in una certa misura, in tutti coloro i quali siano genuinamente interessati a studiare la Cina in ogni suo aspetto, sia esso filosofico, storico, linguistico o culturale, e questo interesse è, per inciso, prerequisito necessario per chi oggi si infila nel dibattito in corso, proprio in virtù del suo essere, in questo momento, “elitario”, ristretto a pochi.

Sicuramente poi, parlando da comunisti, non ci nascondiamo dietro dibattiti accademici sul campo avversario. Se dobbiamo veramente strutturare un dibattito sul tema, lo dobbiamo fare, appunto, da comunisti, con le nostre parole, le nostre analisi ed il nostro modo di vedere il mondo. Qualunque altra discussione portata avanti su un terreno ideologico che non sia il nostro, significherebbe slegare i grandi successi della Cina contemporanea dal processo di edificazione socialista; significherebbe dare voce agli scribacchini che parlano di capitalismo autoritario, di fascismo di stato o di capitalismo statale, poiché incapaci, per loro stessa natura, di comprendere la reale portata degli eventi che stanno avendo luogo in questi anni.

In un suo discorso del Novembre 2013, l’attuale Segretario Generale del Partito Comunista Cinese, nonché Presidente della Repubblica Popolare, Xi Jinping, espresse un concetto di fondamentale importanza ai fini di questo discorso:

«In realtà il socialismo mondiale non ha ancora trovato risposta all’interrogativo su migliore modo di governare una società socialista completamente nuova. Marx ed Engels non avevano esperienza pratica di un compiuto sistema nazionale di governo socialista e le loro ipotesi sul futuro della società erano puramente teoriche. Allo stesso modo Lenin, venuto a mancare pochi anni dopo la Rivoluzione d’Ottobre in Russia, non ha avuto la possibilità di approfondire l’analisi di questo aspetto. L’Unione Sovietica ha condotto delle ricerche ed accumulato esperienza concreta in questa direzione, ma ha commesso gravi errori e non ha

sciolto l’interrogativo. Il nostro Partito ha analizzato la questione fin dalla presa del potere e, sebbene siano sorte gravi complicazioni, ha tuttavia accumulato una considerevole esperienza e ha ottenuto importanti risultati nel perfezionamento del proprio sistema e della propria capacità di governo.»1

Demolendo in un colpo solo l’idea, prevalente oggi a sinistra, di una Cina post-maoista depoliticizzata e disinteressata completamente al dibattito teorico del movimento comunista, Xi Jinping esorta non solo a ricordare che la Repubblica Popolare Cinese è parte integrante di quello stesso processo storico rivoluzionario inaugurato da Marx ed Engels e poi proseguito con la Rivoluzione d’Ottobre e l’avvento al potere dei bolscevichi, ma anche a ricordare che la Cina è, ad oggi, una delle maggiori punte d’avanguardia del movimento comunista internazionale per la sua spinta pionieristica all’innovazione, alla ricerca di vie nuove, nella sperimentazione dell’edificazione di una società socialista nell’epoca contemporanea.

Nel corso della storia del movimento comunista abbiamo avuto dimostrazioni di come il modello sovietico, per quanto eccellente sotto molti punti di vista, non fosse tuttavia esente da difetti, errori o problematiche di costruzione e di come al suo fianco fossero sorti modelli di sviluppo paralleli, anch’essi in fieri, anch’essi non esenti da errori, ma con un potenziale di crescita e di perfezionamento – esempio classico sotto questo punto di vista è il socialismo jugoslavo, tanto contestato quanto sconosciuto:

«Da un altro punto di vista, tale opera può essere considerata come il tentativo di accelerare il progresso economico di un paese sottosviluppato. Se il primo punto di vista ha per effetto quello di porre in luce le particolarità proprie della strada seguita dalla Jugoslavia, il secondo comporta la ricerca di ciò che hanno in comune la politica della Jugoslavia e quella delle formazioni politiche analoghe, a dispetto della divergenza dei metodi e perfino degli obbiettivi particolari. Viene poi un terzo punto di vista […]. Esso consiste nel considerare l’evoluzione della politica jugoslava come un continuo sforzo d’adattamento alle condizioni del paese, e ciò non soltanto in rapporto alle condizioni economiche, ma anche a quelle extra economiche. Da questo punto di vista, l’evoluzione jugoslava appare il frutto di una coscienza sempre più completa e vigorosa degli imperativi categorici presenti nella realtà del paese.»2

E ancora:

«Se da un lato si conserva inalterata la fedeltà al proposito iniziale, quello di costruire un’economia socialista e di modernizzare il paese, in primo luogo procedendo alla sua industrializzazione, le tappe lungo le quali si svilupperà l’azione, e i mezzi impiegati, tendono sempre di più ad adeguarsi all’analisi realistica dei fatti economici e dell’ambiente sociale. In questo senso, gli autori jugoslavi hanno bene il diritto di affermare, come è avvenuto in questi

ultimi anni, che la politica del loro paese ha abbandonato il terreno del soggettivo e dell’arbitrario, per accostarsi al necessario e all’obbiettivo.»3

Mi permetto, in aggiunta, di segnalare anche un altro elemento interessante, in linea con quanto riportato finora:

«Nel Giugno del 1949 [pochi mesi prima della proclamazione della Repubblica Popolare Cinese, nd] dalle colonne del “Komunist”, organo del Partito Comunista Jugoslavo per la teoria e la prassi marxista, pubblicò un articolo Milentije Popovic, uno dei principali esponenti della direzione politica del paese, chiamato “Dei rapporti economici tra i paesi socialisti”, che forse ci permette di scoprire la ragione decisiva della rottura tra la Jugoslavia e i paesi del Cominform. L’articolo denuncia lo sfruttamento economico compiuto dall’Unione Sovietica e dagli altri paesi dell’Europa orientale a spese della Jugoslavia mediante il commercio internazionale. Già nel Novembre 1948, in un discorso tenuto a Lubiana, Tito aveva detto che “i rapporti economici tra i paesi socialisti ancora oggi si fondano sui principi dello scambio capitalistico di merci, […]. Nei paesi arretrati il livello della produttività e dell’intensità del lavoro è inferiore a quello medio mondiale; e inoltre, poiché privi di un’industria competitiva, essi sono costretti a entrare nel mercato mondiale mediante prodotti agricoli e dell’industria estrattiva, cioè con merci prodotte da settori generalmente meno produttivi, peggiorando così ulteriormente le loro condizioni di scambio. La Jugoslavia che, secondo Popovic, era il paese meno sviluppato del blocco comunista [nel Giugno ‘49] in quasi tutti i settori produttivi, si rifiutò di accettare la struttura degli scambi, i prezzi e le società miste che le venivano imposti, appellandosi a principi di solidarietà e di aiuto del mondo socialista.»4

Perdoneranno i lettori per la quantità eccessiva di testo riportato, ma era essenziale, secondo chi scrive, chiarire un fatto: il dibattito sullo sviluppo economico socialista alternativo alla sola pianificazione centralizzata – specialmente, questo, in un paese economicamente sottosviluppato -, precedeva ampiamente la teorizzazione del “socialismo con caratteristiche cinesi” formulato da Deng Xiaoping nei primi anni ‘80. Già nell’immediato dopoguerra, quando cioè iniziarono a sorgere paesi socialisti tanto in Europa orientale quanto nella Mitteleuropa, passando poi per l’Asia (Vietnam, Cina, Corea già tra la fine degli anni ‘40 e l’inizio degli anni ‘50, ma anche i tentativi in India ed Indonesia) e nel decennio successivo America Latina e Africa, si pose il problema dell’edificazione del socialismo in un contesto in cui, a differenza della Russia (comprendente i territori ex sovietici), non si aveva uno spazio sterminato, poco popoloso ma ricco di risorse. Anche il problema contadino era un problema che si poteva affrontare in modo differente rispetto al contesto sovietico:

«Il corso della nostra rivoluzione non soltanto permetteva ma esigeva – e seppe realizzare – un’alleanza continua con il contadino medio, nonostante le sue varie esitazioni, mentre nella

rivoluzione russa, durante la lotta contro il potere borghese, chi esitava e si opponeva maggiormente era proprio il contadino medio e perciò a quel tempo si rese necessaria una politica di alleanza col contadino povero e di neutralizzazione del contadino medio.»5

Cina, Jugoslavia, Vietnam, erano tutte nazioni a prevalenza contadina, in cui gli eserciti popolari di liberazione erano stato costituiti in larga parte da contadini e solo successivamente da operai; l’instaurazione del socialismo in quei paesi richiese una lunga e strutturata elaborazione teorica e pratica del corso che avrebbe dovuto prendere lo sviluppo socialista della società e non è un caso che quasi nessuno di quei paesi, includendovi anche Cuba, Repubblica Popolare Democratica di Corea, Laos, abbia proseguito effettivamente solamente nel solco tracciato dall’economia pianificata centralizzata (che pure è presente, seppur in percentuali maggiori o minori a seconda del paese).

Sempre Xi Jinping, nel discorso citato poc’anzi, sostiene:

«È necessario continuare a orientare le riforme verso un’economia di mercato socialista […] una grande innovazione teorica e pratica [che…] ha permesso di risolvere un problema significativo, a cui a lungo gli altri paesi socialisti non hanno saputo trovare una soluzione»6

La capacità di analisi del Partito Comunista Cinese seppe realizzarsi quando, alla prova dei fatti, il paese si ritrovò al bivio fondamentale: scegliere di morire lentamente ma inesorabilmente, oppure tentare di battere nuovi sentieri. La presa del potere politico da parte dei comunisti in Cina, avvenne in un contesto estremamente difficile: non solo il Paese usciva da decenni di lotte intestine tra signori della guerra e Kuomintang, a seguito della caduta dell’Impero; non solo l’imperialismo giapponese batteva alla porta di Pechino chiedendo costantemente nuove concessioni e nuovi territori; la situazione economica e sociale era disastrosa, peggiorata fin dai tempi delle guerre dell’oppio per oltre mezzo secolo di umiliazioni e vessazioni straniere.

Dopo la presa del potere ebbe inizio un periodo turbolento, necessario ma inevitabilmente destabilizzante, in cui il Partito tentò di consolidare il proprio potere dopo una guerra civile sanguinosa. I trent’anni che seguirono furono segnati dal Grande Balzo in Avanti, dal programma nucleare, dalla legittimazione internazionale e dalla Rivoluzione Culturale, elemento centrale per comprendere il successivo scontro di potere che si avviò tra Lin Biao e la “Banda dei Quattro” e, dall’altro lato, Deng Xiaoping.

Proprio Deng “il terribile riformatore”, molto poco letto e molto poco studiato, che in tanti hanno paragonato erroneamente a Kruschev o, ancora più erroneamente, a Gorbachev, ribadì come fosse necessario mantenere un equilibrio nella gestione della società socialista e come questa non possa essere equivalente ovunque, specialmente nelle sue fasi di sviluppo. Fu Deng a coniare la fortunata espressione di “socialismo con caratteristiche cinesi”, ed è stato lo stesso Deng a sostenere la giustezza della lotta contro la destra – seppur con modalità differenti

rispetto a quelle della Rivoluzione Culturale – e contro “la sinistra” (non a caso questa sempre virgolettata), quella “sinistra” che lo stesso Lenin, seppur in contesti differenti, attacca frontalmente in una delle sue ultime opere maggiori “L’Estremismo, malattia infantile del comunismo”.

La centralità stabilita da Deng allo sviluppo delle forze produttive come premessa allo sviluppo socialista (che si concretizzava in un principio non dissimile da quanto enunciato da Stalin, ovvero che “il socialismo non è pauperismo” e non può significare diffusione della povertà) è figlia diretta di quel dibattito intorno allo sviluppo economico in una nazione socialista che si avvia al processo rivoluzionario in un contesto di sottosviluppo.

In conclusione, quindi, la risposta all’interrogativo posto inizialmente trova risposta nella formulazione più semplice possibile: perché è importante studiare la Cina? Perché essa si trova alle porte di un cambiamento epocale e in essa risiedono le speranze del movimento comunista mondiale.

Speranze legate alla capacità di sciogliere non solo il nodo dell’edificazione socialista tout court, ma anche dell’edificazione socialista nel XXI secolo, della capacità di una società diversa di saper formulare risposte corrette ed allo stesso tempo coerenti ad interrogativi importanti: il mercato è compatibile con la società socialista, anche se per una fase ben precisa e sotto il controllo del Partito? Come elevare in modo capillare il benessere della popolazione? Quale deve essere la relazione che uno stato socialista può e deve intrattenere con una nazione capitalista? Quale modello di sviluppo può e deve adottare una nazione socialista, quando il processo rivoluzionario viene portato a compimento all’interno di una nazione economicamente sottosviluppata? Che ruolo deve avere il consumo all’interno della società socialista e quanto questo deve essere incoraggiato o limitato?

Niente è immutabile e scalfito nella pietra, nulla rimane invariato. Lungi dal leggere testi sacri da riporre negli archivi a imperitura memoria, il modo migliore per far rivivere le fiamme rivoluzionarie che i nostri teorici del passato hanno acceso è il saper cogliere in modo compiuto i cambiamenti del mondo, saper comprendere che ad un passo in avanti della borghesia deve saper corrispondere un passo in avanti del proletariato e che la stasi, l’immobilità delle organizzazioni d’avanguardia, che più di tutte dovrebbero incarnare questa dinamicità, non serviranno a nessuno se non al nostro nemico:

«Al nostro attuale livello di sviluppo persistono fenomeni di grave violazione della giustizia sociale […]. Con l’innalzamento del tenore di vita del popolo, anche la consapevolezza delle masse riguardo ai temi dell’eguaglianza, della democrazia e dei diritti si è rafforzata e il malcontento popolare intorno ad episodi di disuguaglianza sociale si è aggravato. Se non saremo in grado di offrire benefici concreti alla gente e di costruire un’ambiente sociale più equo, o peggio, se saremo noi a causare maggiori ingiustizie, la politica di riforma perderà di significato e non sarà possibile sostenerla7

Il 2020 è l’ultimo anno che il PCC, per quanto piegato dalla pandemia, si è posto per il piano di sradicamento totale della povertà assoluta dal paese, in una nazione che conta oltre 1 miliardo e mezzo di persone. Il controllo capillare esercitato dal Partito e dallo Stato socialista hanno garantito l’assorbimento, mediante SOE e banche centrali, della piena occupazione e della gratuità totale dei servizi per le città colpite dal Covid. Nel Luglio 2021 ricorreranno i 100 anni dal congresso fondativo del Partito Comunista Cinese, mentre il 2035 ed il 2050 saranno le due date simbolo della progressione rispetto al “primo stadio del socialismo” in cui la Cina si trova oggi. Il futuro è sempre incerto, ma una linea è stata tracciata. Sarà interessante – e importante per noi – seguirne gli sviluppi.


1 Xi Jinping, Governare la Cina, tr. It. Giunti Editore, Firenze, 2018, p. 114

2 Czeslaw Bobrowski, Il socialismo in Jugoslavia, Feltrinelli, Milano, 1956, p.7

3 Ivi, pp. 7-8

4 Boris Kidric, Joza Vilfan, Adolf Dragicevic et al., Socialismo e mercato in Jugoslavia, Einaudi, Torino, 1968, pp. 11-12

5 Ivi, p. 13

6 Xi Jinping, Governare la Cina, tr. Cit., pp. 118-119

7 Ivi, pp. 120-121

Categorie: Cultura