Nella prima parte di questo articolo, che potete reperire a questo link, abbiamo affermato che il governo cinese, attraverso la costruzione di nuove architetture (e quindi la creazione di nuovi simboli) e il recupero delle architetture del passato (dunque il recupero di simboli che, pur appartenenti al passato coloniale della città, rievochino il tempo della Shanghai cosmopolita degli anni ’20 – ’30 del XX secolo), voglia rinegoziare la propria posizione all’interno del panorama delle potenze mondiali. Abbiamo anche sottolineato come quest’ultima operazione, che si esplica attraverso la conservazione del patrimonio architettonico storico, arrivi a creare problemi nel suo intrecciarsi con la domanda del mercato immobiliare, e abbiamo nominato i lilong, case popolari di costruzione coloniale destinate (anche tuttoggi) alle classi operaie e quelle meno abbienti. Esistono più categorie di abitazioni di tipo lilong:

Shikumen 石库门 (“Case in pietra”, costruite negli anni 1870-1910), che ospitano un ceto basso;

Xinshi lilong新式 里弄 (“New-style lilong“), originariamente destinate alle classi medie, costruite  negli anni 1910-1940);

Huayuan lilong 花园里弄 (“Lilong con giardino”, risalenti agli anni ’20 -’40 del XX secolo), e Gongyu lilong 公寓里弄 (“Appartamenti Lilong“, costruiti negli anni ’30 -’40). Dopo anni di demolizioni su vasta scala, il governo ha compreso l’importanza di promuovere l’importanza di queste architetture come rappresentanti di una singolare “cultura di Shanghai”.

Proprio le case lilong sono oggetto di contestazione riguardo alcune contraddizioni legate alla necessità di mantenimento di un equilibrio tanto delicato come quello tra domanda del mercato immobiliare e conservazione del patrimonio culturale. Una delle principali critiche mosse all’interno dell’opera di Bracken alla loro gestione riguarda il fatto che, sebbene i lilong costituiscano un importante riferimento ad un passato di splendore della città, essi versino (per la maggior parte) in condizioni di degrado dovute all’incuria e alla scarsa manutenzione, che trovano la loro radice, banalmente, nell’abbandono.

La distribuzione delle stradine interne e degli spazi all’interno dei quartieri lilong garantisce una dimensione di vita fortemente comunitaria, dimensione che ha spesso preso vita all’interno di romanzi come Chang hen ge长恨歌 (“Canzone dell’eterno rimpianto”) di Wang Anyi. Vale la pena scrivere due righe su quest’opera. Sebbene intrisa di ciò che è definito Xiangxiang huaijiu 想象怀旧 (“Immaginazione nostalgica” – fenomeno di immaginazione selettiva di elementi appartenententi al tempo passato), essa contiene vivide descrizioni delle dinamiche di gruppo che, un tempo, si sviluppavano in questi aggregati, al punto tale che i lilong non sono più solo una semplice ambientazione nel romanzo. Proprio in quanto protagonisti a pieno titolo, anzi, essi assumono, grazie alle meticolose caratterizzazioni, quasi le fattezze di veri e propri personaggi umani: sono “sensuali”, “sognano” e “non hanno idea di politica”. Wang Qiyao, la protagonista “umana” del racconto, funge da incarnazione dell’anima del lilong: le sue esperienze personali si riflettono nel mutevole aspetto fisico delle abitazioni, così come il decadimento dell’aspetto fisico della donna corrisponde al decadimento e alla decimazione della collettività un tempo esistente. Il romanzo non dovrebbe essere letto nella chiave della critica alla scomparsa della architettura lilong in sé, né del   desiderio di ritorno del potere coloniale. Il narratore soffre per la Gemeinschaft (categoria utilizzata dal sociologo tedesco Ferdinand Tönnies per indicare la comunità residente in un certo territorio) che sta scomparendo.

Per “morte della Gemeinschaft“, si intende il fatto che le persone, forse per un rifiuto nei confronti di questo stile di vita ormai considerato obsoleto (rifiuto anche generato dalla graduale introduzione, a partire dagli anni ’70 del XX secolo, dei valori di individualismo che riflettono il passaggio ad una economia di socialismo di mercato), preferiscono investire in immobili di edifici a più piani, mentre le classi meno abbienti, che già non dispongono dei mezzi economici necessari né a trasferirsi a loro volta, né a provvedere agli interventi di manutenzione, a seguito di questo esodo di massa verso residenze di altro tipo, si ritrovano private della componente fondamentale per portare avanti lo stile di vita comunitario di cui si è fatto menzione: proprio altra gente.

Memore delle ore trascorse a preparare il mio esame di Geografia Urbana all’Università, il pensiero del sottoscritto va alla lezione dell’Antropologa Jane Jacobs, la quale, nel suo saggio Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane del 1961 sostenne che il luogo urbano, in termini di vitalità, di sicurezza (ciò che Jane Jacobs chiama “gli occhi sulla strada”), ma anche di mera estetica, possa essere garantito soltanto attraverso la presenza di una comunità che non solo si interessi di riappropriarsi degli spazi in comune (gli interventi di manutenzione degli spazi interni rientrano eventualmente nella competenza del singolo cittadino), ma contribuisca, nei limiti delle proprie risorse finanziarie, intellettuali e di buon senso, alla conservazione e valorizzazione di questi.

Alla luce di quanto appena detto, qualcuno potrebbe giungere alla conclusione secondo cui, per valorizzare pienamente le architetture dei complessi lilong, occorrerebbe preservare la combinazione della loro forma architettonica unica e del dinamismo della comunità, e non solo l’uno o l’altro elemento, che è proprio la critica mossa nel già tanto citato Aspects of Urbanization in China.

Questo comporterebbe che i progetti di restauro che hanno visto come protagoniste le architetture presenti nel quartiere Xintiandi 新天地 al centro di Shanghai e nella Gu wenhua jie 古文化街 di Tianjin 天津, in quanto semplici preservazioni di una forma superficiale e non di una comunità che la contraddistingueva, non posseggano più la loro sostanza originale e quindi siano solo il lavoro di riutilizzo di alcuni elementi del passato per creare distretti commerciali che si distinguano dagli altri. Sebbene il sottoscritto concordi con l’idea per cui, con il dare prevalentemente importanza e spazio alla forma e non alla sostanza, si corra il rischio di non stare portando a compimento una conservazione, ma una Disneyficazione (termine coniato da Andre Kehoe con cui si indica la trasformazione di un certo  territorio dettata dalla globalizzazione ed uno stile di vita consumistico), non si ritiene che la pretesa culturale di questi due interventi di restauro specifici di voler riportare alla vita un luogo pubblico, sia falsa, e che essi siano stati puramente dettati da intenzioni commerciali, essenzialmente per tre motivi.

Il primo motivo è che un edifico storico rimane un edificio storico, non importa quanto la sua struttura interna venga modificata o adattata ad ospitarvi un’istituzione o un’attività commerciale. Non si tratta di una operazione dissimile da quanto avvenuto in alcune città italiane come Napoli, dove, ad esempio, le stanze interne del Palazzo Saluzzo di Corigliano, edificio risalente al XVI secolo un tempo residenza di nobili, sono state adeguate all’impiego come aule di studio per l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Il secondo motivo, più specifico di Xintiandi ma ugualmente applicabile a quartieri con architetture simili che abbiano ricevuto simili interventi di restauro, è che non è vero che il dinamismo della comunità che un tempo caratterizzava i lilong di questo complesso è stato cancellato quando il quartiere ha cominciato ad assumere una funzione commerciale, è solo la natura della comunità ad essere stata trasformata.

Una persona che sia solita frequentare abitualmente uno specifico territorio nell’ambito della propria vita di tutti i giorni (perché la sua sede di lavoro è ivi collocata, perché esso è il suo luogo di movida preferito, perché trova gusto nel passeggiarvi, ecc.) ha un interesse a prendersi cura di esso altrettanto grande rispetto a chi nello stesso territorio risiede stabilmente. La comunità di cui parla Jane Jacobbs può, quindi, egualmente trovare forma nell’insieme di commercianti, di ristoratori, di operatori del turismo, di frequentatori abituali che in quel territorio trascorrono gran parte delle loro giornate, sebbene non risiedano lì.

Il terzo motivo è che, se non ci si ferma alla facciata esteriore degli edifici, pienamente integrati nella vita commerciale e sociale dei rispettivi quartieri, l’operazione di restauro dei due complessi  di Xintiandi e della Gu wenhua jie può essere letta come ben più di una operazione volta ad accelerare lo sviluppo urbano in quanto potenziale terreno degli investimenti economici. Similmente alla costruzione di nuove architetture promossa dal governo centrale cui si è parlato nella prima parte, anche il restauro di quelle del passato può essere vista come una manifestazione spaziale di una politica atta a mostrare alla scena internazionale come la cultura cinese (in questo caso, espressa attraverso le caratteristiche architettoniche degli edifici), non sia qualcosa di relegato al passato, bensì un’entità ancora interamente viva, attiva e attualizzabile. Questa manifestazione assume una virtù ancora maggiore, se solo pensiamo che, ai restauri dei complessi di edifici del passato, spesso, si accompagna la valorizzazione dei luoghi di culto e cultura ad essi prossimi. Si pensi, ad esempio, al Tianhou gong天后宫 (“Tempio della regina dei cieli”), situato proprio al centro della Gu wenhua jie di Tianjin.

E’ estremamente difficile prevedere quale sarà l’evoluzione della politica di negoziazione del governo cinese attraverso l’architettura, né si può sapere se, un giorno, si tornerà mai a quel tempo in cui “tutti conoscevano tutti e tutti si prendevano cura di tutti” della vita comunitaria dei lilong. Tuttavia, proprio a proposito di quest’ultimo punto, lo scrivente ritiene sia necessario acquisire la consapevolezza della possibilità di irreversibilità di questo processo, che non deve necessariamente costituire una cosa negativa. Un giorno, forse, non solo leggeremo della storia del nipote di Wang Qiyao, il quale vagheggia nostalgicamente il glorioso periodo della Shanghai dei grattacieli, come afferma anche Wang Anyi nel finale di Chang hen ge: di quella storia noi saremo i coprotagonisti.

Scritto da Francesco D.

[1] Si consulti https://www.tudelft.nl/staff/g.bracken/ per maggiori informazioni sullo studioso Gregory Bracken;

[2] Bracken Gregory (A cura di), Aspects of Urbanization in China: Shanghai, Hong Kong, Guangzhou, Amsterdam University Press, Amsterdam, 2012;

[3] Brown Kerry, “The Communist Party of China and Ideology”, China: An International Journal, n. 10 (2), Singapore: National University of Singapore Press, 2012;

[4] Jacobs Jane, Scattone Giovanni (traduzione di), Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane, Bologna: Piccola Biblioteca Einaudi – Einaudi Bologna, 2009.