Questo articolo si dedicherà all’analisi della funzione detenuta da alcuni elementi presenti all’interno del paesaggio urbano di una delle più importanti città della Cina, Shanghai上海.

Il sottoscritto, che ha avuto la fortuna di visitare tutti i luoghi che verranno menzionati all’interno del presente articolo (pertanto appositamente scelti come tema di analisi), tenterà di approfondire le dinamiche con cui si espletano alcune funzioni attribuite all’architettura in un contesto così particolare come quello della Repubblica Popolare Cinese, nonché di sottolineare alcune conseguenze che questa modalità di conservazione può comportare all’interno della vita dei singoli cittadini, nonché di quella dell’intero complesso urbano della città, e lo farà avvalendosi di elementi storici, nonché di alcuni spunti di riflessione tratti dall’interessantissima opera collettiva Aspects of Urbanization in China, a cura del Professore di architettura ed urbanistica Gregory Bracken della Università tecnica di Delft. Si tenterà di spiegare, inoltre, la correlazione tra uno degli esempi riportati, il quartiere Xintiandi 新天地 al centro di Shanghai, e la Gu wenhua jie 古文化街, un complesso di percorsi pedonali situato sulla sponda occidentale del fiumeHai He海河 che attraversa la città di Tianjin 天津.

A partire dal periodo della cosidetta Gaige kaifang 改革开放 (“Riforma ed apertura”) istituita da Deng Xiaoping, la Cina ha provato, attraverso l’impiego di molte differenti strade, di poter negoziare per sé una posizione di rilievo all’interno del panorama delle potenze mondiali. I tentativi del governo della Repubblica Popolare ci sembrano riusciti, se solo pensiamo a come la città di Shanghai sia stata scelta come città ospitante per un evento di rilevanza globale quale l’EXPO del 2010. Impossibile negare che i destini di questa negoziazione e del processo di urbanizzazione, quindi la modificazione del paesaggio urbano, all’interno delle città cinesi, siano inevitabilmente legati a doppio filo.

Nel caso specifico di Shanghai, quello che potremmo definire il “motore di avvio” di tutte le questioni trattate (sia nella prima che nella seconda parte dell’articolo), nonché il motivo per cui lo sviluppo urbano procede a ritmi così serrati, è identificato da Bracken nel desiderio, sia da parte del governo, che da parte dei cittadini, di trasformare proprio la “Perla d’Oriente” in una città globale. Alla mente dei conoscitori del passato coloniale di Shanghai questa affermazione sarà sicuramente illuminante: non si può negare che questa globalità rappresenti una continuazione ed evoluzione del florido cosmopolitismo che contraddistingueva la città tra gli anni ’10 e gli anni ’30 del 1900, il quale, pur trovando la sua origine nelle pretese commerciali avanzate dagli stati europei nei confronti della Cina, produsse un benessere economico e una diversificazione culturale che resero Shanghai una città degna di essere definita “moderna”, tanto da essere scelta come sede di fondazione del Partito Comunista Cinese, che si definiva l’avanguardia del popolo cinese. La presenza straniera comportata dal cosmopolitismo non era solo di tipo politico, ma anche, e soprattutto, industriale.

L’evoluzione da cosmopolitismo a globalismo si esplica in maniera chiara nelle due tipologie completamente differenti di edifici, entrambe considerate simboli della città di Shanghai, che contraddistinguono le due sponde del fiume Huangpu黃浦:

  • Sulla sponda occidentale del fiume (Puxi 浦西), gli edifici coloniali, emblemi nostalgici dello splendore passato di cui la città è stata protagonista, finché esso non subì una parziale interruzione dovuta ai turbolenti eventi della Seconda Guerra mondiale e, successivamente, della Rivoluzione Culturale, che spinsero gli investitori stranieri a trasferire altrove le loro sedi;
  • Sulla sponda orientale del fiume (Pudong 浦东), lo skyline della città di recente costruzione (le fondamenta dei primi edifici sono state stabilite appena nei primi anni ’90), emblema ottimista di uno splendore futuro, di cui l’EXPO 2010 non rappresenta che il primo passo.

A differenza di quanto accaduto nel caso degli skyline sorti in altre città, quello di Shanghai non è il frutto di un graduale e spontaneo processo di espansione urbana mosso principalmente da privati nel corso dei secoli XX e XXI, bensì di una deliberata e ragionata operazione mossa dal governo centrale (o comunque da Aziende Pubbliche come, ad esempio, Jin Mao Group Co. per la Torre Jin Mao, oppure Shanghai Municipal Investment Group per la Shanghai Tower). Non si può liquidare la presenza e la magnificenza architettonica di questi edifici come mera politica dell’immagine finalizzata al self-branding – così come sarebbe sbagliato affermare che il progresso possa essere ridotto ad un edificio alto. Il self-branding c’è, ma gli edifici dello skyline di Pudong sono soprattutto manifestazioni spaziali del potere governativo ed economico cinese, che attraverso di essi mostra la volontà e gli sforzi compiuti dalla Cina di rendersi, agli occhi del mondo esterno e degli investitori stranieri, spazio urbano globale del futuro.

Per redimere i repentini cambiamenti all’interno della vita dei singoli individui che questi interventi di costruzione, inevitabilmente, dovranno comportare, gli organi di governo e il dibattito pubblico hanno promosso l’importanza dei cambiamenti che le modifiche al tessuto urbano andranno ad apportare alla vita della comunità cittadina. Ciò che è veramente utile a quest’ultima, infatti, non sono i palazzi in sé, ma i processi di rieducazione e di gentrificazione che alla costruzione di essi si accompagnano, quindi anche un’attenzione maggiore allo sviluppo dei servizi utili al cittadino come l’educazione e la prevenzione dei crimini. Non a caso, lo slogan dell’EXPO 2010 di Shanghai era Chengshi rang shenghuo geng meihao城市让生活更美好, (“La città rende la vita migliore”), ovvero che sia possibile, attraverso gli investimenti pubblici sulla città, migliorare lo status e il benessere delle persone.

La seconda fase di negoziazione per una posizione di rilievo sulla scena internazionale da parte della Cina attraverso l’architettura passa attraverso il recupero del passato. Abbiamo già sottolineato come i vecchi edifici coloniali sulla sponda occidentale siano considerati un simbolo della città di Shanghai tanto quanto lo skyline di Pudong, ma anche costruzioni di altro tipo sono coinvolte in questo genere di operazione.

Uno degli esempi più peculiari di Shanghai è quello fornito dal lilong 里弄, un particolare tipo di abitazione costruita dalle potenze straniere che occuparono la città a partire dalla metà del diciannovesimo secolo che incorpora elementi architettonici sia occidentali che cinesi. Il suo valore di elemento simbolico del paesaggio urbano è arricchito dal fatto che il luogo di fondazione del Primo Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese fu proprio una casa lilong (oggi, museo e sito del patrimonio nazionale). Se la compravendita delle abitazioni per le classi medio-alte è affidata al mercato immobiliare, è il governo centrale, attraverso le cosiddette danwei 单位 (“unità di lavoro”), a fornire alloggi in stile socialista alla classe operaia e alle classi meno abbienti. Non sono rari i casi in cui, a causa del problema della mancanza di alloggi, ai destinatari sia stata assegnata proprio una casa lilong; nell’opera di Bracken, tuttavia, si sottolinea la possibilità che l’intreccio della domanda del mercato immobiliare con qualcosa di così delicato come la conservazione del ricco patrimonio culturale di una città possa creare alcuni problemi. Questi saranno oggetto di analisi all’interno della seconda parte di questo articolo.

Un articolo di Francesco D.

Categorie: Cultura