È un vizio esiziale della nostra liberal-democrazia: l’assoluta leggerezza con la quale vengono emessi giudizi drastici sul resto del mondo, nell’illusione per cui tutte le informazioni che servono per potersi esprimere siano sotto la luce del sole non già dell’opinione pubblica, ma del senso comune. Storie, sacrifici e contraddizioni di paesi geograficamente lontani vengono spazzati via e fagocitati dall’arroganza del semicolto homo occidentalis che, pasciuto dal benessere prodotto dall’ultimo mezzo millennio di imperialismo e colonialismo, si chiede come mai, Anno Domini 2020, non tutti gli stati siano chiamati alle urne ogni cinque anni. 

Cina popolare. Origini e percorsi del socialismo con caratteristiche cinesi di Diego Angelo Bertozzi (edito dalla nascente casa editrice dell’Antidiplomatico) è innanzitutto una risposta a tutti coloro che, più o meno consapevolmente, moraleggiano sulla Cina senza conoscerne la storia. Il libro, che inizia dalla fine della posizione egemonica della Cina all’inizio del XIX secolo a causa del colonialismo anglosassone, tratta sistematicamente gli ultimi due secoli di vicende in Cina, evidenziando poi i tratti di continuità e programmaticità che hanno contraddistinto le politiche della Repubblica Popolare, come per esempio i Cinque principi della convivenza pacifica che dal 1950 guidano la politica estera (rispetto dell’integrità territoriale e della sovranità, mutua non aggressione, non interferenza negli affari interni, uguaglianza e mutuo vantaggio).  I due fili rossi della descrizione storica sono, da un lato, il forte senso di rivalsa nazionale che viene alimentato dal cosiddetto Secolo delle umiliazioni, passando dai Tre principi del popolo Sun Yat-sen e approdando alla prassi rivoluzionaria di Mao Tse Tung; dall’altro, l’attenzione con la quale i cinesi sono stati costretti fin dai primi anni della Repubblica Popolare a destreggiarsi contro i tentativi di destabilizzazione diretti e indiretti di matrice perlopiù statunitense.

Il capitolo più interessante è quello dedicato alla nascita effettiva del socialismo con caratteristiche cinesi a seguito delle riforme di Deng Xiaoping. Ogni dibattito pubblico sulla Cina che miri all’obiettività, infatti, si deve scontrare non solo con un liberalismo confuso ma anche con un minoritario socialismo pauperista che, identificando erroneamente il marxismo con il comunismo di guerra, non riesce a capacitarsi che un paese con la falce e il martello nella bandiera del proprio Partito possa usare strumenti del capitalismo senza essere per questo capitalista. Questi, in un certo senso, commettono lo stesso errore del Mao della Rivoluzione Culturale: ovvero, come ricorda Bertozzi riprendendo un passo di Pierre Ryckmans, ricadono in «…un modo idealista e volontarista di accostarsi ai problemi, peculiare dell’artista e del poeta, per i quali la realtà non si impone come momento imprescindibile, ma deve essere inventata, forgiata, seguendo e spostando gli imperativi d’una visione puramente soggettiva e interiore». Un dibattito serio non potrebbe prescindere dalla lettura diretta delle fonti storiche dell’epoca e, soprattutto, dalla lettura diretta di scritti e discorsi dello stesso Deng, i quali, guarda caso, non sono mai stati tradotti sistematicamente in Italia. Eppure, per usare le parole dell’introduzione di Vladimiro Giacché, «la “politica di riforme e apertura” non fu né una escogitazione solitaria di Deng, né una estemporanea “inversione a u” rispetto alle politiche precedenti, ma una politica che si accompagnò a una profonda riflessione teorica». Emerge quello che potremmo chiamare il parricidio spirituale di Mao; un parricidio sofferto, discusso, necessario (che, come viene ribadito, non porterà mai a niente paragonabile alla destalinizzazione di Krushov) di un Grande Timoniere che nell’ultimo periodo della propria vita ha permesso che la tirannia dell’intenzione prendesse sopravvento sulla prassi. Il parricidio, paradossalmente, è l’unico modo per preservare il cuore più autentico della riflessione teorica e attività politica del primo Mao, che ribadisce l’importanza della contraddizione principale (altrove ripresa dallo stesso Deng) e dell’esigenza di applicazione dei principi del marxismo-leninismo alla situazione reale cinese in primis per sollevare ampli strati della popolazione dalle proprie condizioni materiali sfavorevoli. Perché, come ricorda il Piccolo Timoniere, con una frase che da sola basta a rispondere ai paupero-comunisti di cui sopra, “Con il purismo ideologico non si fa crescere il riso”. Nell’ultima parte del libro pseudomarxisti e liberali troveranno infine la descrizione dettagliata e puntuale dello stato di cose presenti in Cina. I dati in questione brillano quindi agli occhi del lettore non come un elenco asettico di fatti e numeri, ma come culmine reale di un processo storico che coinvolge economia, istituzioni e ideologia.

Michele Zanche

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