Il 6 novembre di cinquant’anni fa la Repubblica Italiana riconobbe il governo della Repubblica Popolare cinese come l’«unica entità legittima a rappresentare la nazione cinese». Dopo tre settimane, il 28 novembre 1970, con un ulteriore telegramma il Ministero degli Affari Esteri rende noto lo stabilimento delle relazioni diplomatiche fra l’Italia e la Repubblica Popolare Cinese:

«Il mondo ha bisogno della partecipazione della Cina alla costruzione di una pace durevole ed equa; la Cina ha, a sua volta, bisogno del mondo per sviluppare quei principi di collaborazione e quegli ampi contatti che soli possono condurre al benessere del popolo, che, come tutti i popoli della terra, auspica a migliorare il proprio tenore di vita nella sicurezza sociale ed internazionale.» [1]

Telegramma del 28/11/1970

Come è possibile intravedere dal telegramma, questo risultato è stato conseguito grazie all’intenso lavorio delle diplomazie italiani e cinesi che già dal febbraio del 1969 presero a incontrarsi a Parigi, il cui governo, per volontà del general De Gaulle, aveva già nel ‘64 riconosciuto la Cina popolare.

La sconfitta del Guomindang di Chiang Kai-shek nel ’49 per mano dei comunisti di Mao lasciò il governo De Gasperi con il cerino in mano sul dossier cinese. Nell’aprile dello stesso anno il governo italiano e quello della Cina nazionalista firmarono un Trattato di amicizia, secondo passo intrapreso dalle due parti dopo il Trattato di Pace di Parigi del 10 febbraio 1947 nel quale l’Italia rinunciò a tutti i suoi diritti in Cina e, in particolare, alla poco ricordata concessione italiana di Tianjin.

Gli anni ’50 sono caratterizzati da scambi altalenanti fra l’Italia e la Cina continentale: se infatti già in un telegramma il ministro degli esteri socialista Carlo Sforza ha espresso alla controparte cinese, nella figura di Zhou Enlai, l’intento del governo italiano di riconoscere Pechino quale sola entità legittima sulla scia di quanto fatto dal governo laburista inglese di Clement Attlee, dall’altro lato l’Italia si trovava nella difficile situazione di Paese sconfitto e membro dell’Alleanza atlantica.

Il problema delle “due Cine” portava con sé implicazioni politico-ideologiche molto forti in un’epoca, quella della Guerra fredda, segnata dalla polarizzazione geo-politica: se infatti la Cina popolare era in quegli anni legata all’URSS, la Cina rifugiatasi a Taiwan era difesa dagli Stati Uniti di Truman all’indomani dello scoppio della guerra di Corea: l’invio della Settima flotta a guardia dello stretto di Taiwan[2] neutralizzò ogni possibile tentativo da parte comunista di completare la vittoria su Chiang Kai-shek.

In tale contesto, l’Italia rimaneva a guardare diverse nazioni occidentali (Francia, Gran Bretagna, Germania ovest, Belgio, Giappone, Cile) concludere trattati commerciali con la Cina popolare. L’interesse di Paesi saldamente inseriti nel blocco capitalistico si scontrava con Washington, più propenso invece a ostruire eventuali ulteriori riconoscimenti. Il grande continente cinese finì presto sotto la lente di diversi settori non solo politici ma anche economici della Repubblica italiana: già Enrico Mattei alla guida dell’ENI visitò nel ’58 l’Impero del Centro, riportando l’interesse dei cinesi per le «capacità industriali italiane»[3].

Assieme a Mattei ma nel campo socialista va ricordato il lavoro compiuto da Dino Gentili, imprenditore milanese, antifascista e vicinissimo al PSI. Il signor Dino[4], così verrà affettuosamente soprannominato in Cina, fu intermediario de facto fra l’Italia e la Cina attraverso le relazioni economiche con il CCPIT, una società cinese fondata da Zhou Enlai per promuovere il commercio con l’estero.

L’amicizia che legava Dino Gentili a Pietro Nenni, segretario del Partito socialista italiano e due volte ministro degli esteri nella storia repubblicana, fu fondamentale per spingere l’Italia a tessere quei rapporti che nel giro di un quindicennio porteranno al riconoscimento della Cina venuta fuori dalla rivoluzione comunista e al disconoscimento dell’entità che, da Formosa (oggi più comunemente Taiwan), reclamava la sovranità sull’intero territorio cinese, quella che da lì in avanti sarebbe diventata la Mainland, la Cina continentale.

Già nel ’55 infatti il partigiano e leader socialista accettò un invito da parte dello Zhōngnánhǎi [5] ed ebbe colloqui personali con Mao Zedong e Zhou Enlai.

Il riconoscimento francese a metà degli anni ’60 riaccese una viva speranza per chi in Italia lavorava allo stesso obiettivo. Lo strappo consumato dalla Francia, membro del Consiglio di sicurezza ONU generò quella che all’epoca venne chiamata una «esplosione nucleare diplomatica»[6], in una strategia di indipendenza dagli USA per la Francia e di rottura del campo imperialista per la Cina, in quel momento alle prese anche con la lotta al revisionismo sovietico. Nel febbraio di quello stesso anno, il Ministro degli Esteri italiano Giuseppe Saragat pronuncerà al Senato che «non abbiamo bisogno di chiederci se il nostro governo debba raggiungere un accordo con il governo di Pechino per il riconoscimento della sua legittimità e rappresentatività della Cina, ma quando sarà meglio farlo nell’interesse dell’Italia e del mondo libero in Occidente.»

Proprio la rottura con l’URSS con la crisi sino-sovietica aprì la strada a più distese relazioni fra la Cina e alcuni Paesi occidentali. Nel frattempo, in Italia il democristiano Mariano Rumor pose di nuovo alla guida della Farnesina proprio Piero Nenni. Nenni volle procedere spedito verso il riconoscimento della Cina popolare, incontrando i tentennamenti della diplomazia italiana e l’aperta ostilità del governo statunitense, già impegnato a Parigi nei negoziati di pace col Vietnam. Si apprende infatti da un dispaccio che la posizione favorevole dell’Italia sulla Cina «renderebbe questo problema ancora più difficile per noi [gli Stati Uniti] […] prima che un accordo di pace sul Vietnam sia raggiunto…»[7]

Il rischio di «sputare in un occhio agli Americani»[8] paventato qualche anno prima dal presidente del Consiglio Aldo Moro trovò sostanziale disinteresse nel governo Rumor. Il 23 gennaio 1969 Nenni provvide a dare notizia all’ambasciatore americano della volontà di procedere a negoziati con la Cina comunista e il giorno dopo illustrò alla Camera il proposito di riconoscere la Cina.

All’avvio a Parigi dei negoziati fra Italia e Cina, l’incaricato cinese pose subito le tre condizioni a cui l’Italia aderì: riconoscimento della Repubblica popolare come il solo governo legale; riconoscimento della provincia di Taiwan come parte integrante del territorio cinese; sostegno alla mozione ONU per sostituire la “cricca di Chiang Kai-Shek” col governo della Repubblica popolare.

La crisi del governo Rumor produsse un rimpasto che, oltre a rallentare le trattative diplomatiche, vide il cambio di guardia alla Farnesina, che passò ad Aldo Moro. Moro fu attento nel rallentare il più possibile il dossier cinese e ad ascoltare i desiderata che provenivano dall’ambasciata statunitense in Italia, tanto da portare i negoziati sul punto di una rottura.

L’ulteriore crisi di governo che portò a Palazzo Chigi il lucano Emilio Colombo e la strage di Piazza Fontana del dicembre ’69 contribuirono agli ennesimi rallentamenti.

Di fatto la svolta avvenne dopo l’incontro tra l’ambasciatore italiano a Washington e il sottosegretario di Stato Johnson il quale giudicò favorevole la posizione italiana, a condizione che l’Italia non contribuisse all’espulsione di Taiwan dalle Nazioni Unite. Il mutamento statunitense venne dettato dall’inizio dei primi contatti segreti fra PRC e USA che li avrebbe portati, appena l’anno dopo, al reciproco riconoscimento.

La firma dei documenti congiunti fra Italia e Cina avvenne il 5 novembre: l’Italia aveva ceduto alla posizione cinese su Taiwan e dunque accettato di riconoscere la tesi della “sola Cina”, così come formulata originariamente da Nenni, ma votando a favore della proposta statunitense di mantenere anche la Cina nazionalista nell’ONU, da cui sarà espulsa neanche un anno dopo.

Fu così che il 6 novembre del 1970 il governo Moro riconobbe ufficialmente il governo della Repubblica popolare cinese come “sola legittima entità rappresentante la nazione cinese”.

di Davide Clementi


[1] Ministero degli Affari Esteri, Stabilimento delle relazioni diplomatiche fra la Repubblica Italiana e la Repubblica Popolare Cinese, in https://digitalarchive.wilsoncenter.org/document/116477 

[2] The Seventh Fleet, film realizzato nel 1957 dall’U.S. Navy https://www.youtube.com/watch?v=y13Gc0sRDqY  

[3] Carla Meneguzzi Rostagni, Italia e Cina un secolo di relazioni, in Italogramma, vol. 2 (2012), pp. 47-48

[4] https://www.china-files.com/sinologie-quando-il-sig-dino-colmava-il-vuoto-diplomatico/ 

[5] Con Zhōngnánhǎi (中南海) si indica per metonimia il governo centrale della Repubblica Popolare Cinese. Esso è infatti un complesso di edifici adiacenti alla Città Proibita di Pechino in cui hanno sede tanto gli uffici centrali del Partito comunista cinese che il governo della Repubblica.

[6] Garret K. Martin, A “Diplomatic Nuclear Explosion?” Sino-French Relations in the 1960s, in https://www.wilsoncenter.org/publication/diplomatic-nuclear-explosion-sino-french-relations-the-1960s 

[7] Meloy to Department of State, January 23, 1969, NA, NSC, 694. Allegato con indicazione archivistica Rome 366

[8] Enrico Fardella, The Normalization of Relations between Italy and the People’s Republic of China, in Italy’s encounters with modern China, edited by Maurizio Marinelli & Giovanni Andornino, Palgrave MacMillan, DOI 10.1057/9781137290939, p. 133