Il 29 e 30 Settembre 2020, il Segretario di Stato statunitense Mike Pompeo si è recato in visita ufficiale in Italia e nello Stato del Vaticano. I motivi della visita hanno riguardato i recenti sviluppi socio-economici tra Italia e Cina, in un momento in cui gli Stati Uniti hanno inaugurato una nuova fase della guerra fredda contro la Repubblica Popolare Cinese.

Abituati a essere all’apice dell’economia globale, gli Stati Uniti sono innervositi dalla crescente influenza della Cina in Europa e dal suo costante sviluppo tecnologico: Washington vuole evitare che Huawei e altri fornitori cinesi conquistino il mercato delle nuove tecnologie e la rete 5G.

Antenna di Huawei dotata di tecnologia 5G.

Sbarcato a Roma, Pompeo ha dichiarato che “Il Partito comunista cinese sta cercando di sfruttare la propria presenza in Italia per i propri scopi strategici, non sono qui per fare partenariati sinceri.” e che “Tutti gli attori che possono mettere fine al regime autoritario del Partito comunista cinese, devono farlo. Era la nostra missione, prima, e resterà tale dopo le elezioni”. Consci del loro passato maccartista, il governo statunitense affronta questa battaglia contro la Cina non più solo su un livello prettamente economico ma anche ideologico.

Asserviti alla dottrina economica statunitense, Di Maio ha rassicurato Pompeo che l’Italia è “saldamente ancorata agli Usa e all’UE”.

“Credo che l’attacco di Pompeo sia completamente infondato e privo di cognizione e conoscenze”, ha ribattuto il presidente di Huawei Italia, Luigi De Vecchis, intervenendo ad un evento nel weekend. “Nel settore delle telecomunicazioni la sicurezza è un fatto che esiste da oltre 30 anni e viene discussa nei comitati internazionali”, ha aggiunto De Vecchis, sottolineando che “le nostre macchine sono esattamente come le altre e non vi è prova che ci sia stata una benché minima situazione critica in questo contesto”.

Il ministro degli Esteri ha poi aggiunto che per “l’Italia ci sono alleati, interlocutori e partner economici. Un Paese come il nostro è aperto a possibilità di investimento, ma mai fuori dai confini dell’Alleanza Atlantica”.

Gli scambi culturali tra l’Italia e la Repubblica Popolare Cinese ebbero inizio già negli anni cinquanta. Sebbene sia il Partito Comunista Italiano che il Partito Socialista Italiano abbiano spinto per un riconoscimento del nuovo governo cinese sin dagli albori, questo avvenne solo nel 1969 grazie a Pietro Nenni – all’epoca Ministro degli Esteri nel governo Rumor. Gli scambi commerciali tra i due paesi si intensificarono, però, dalla fine degli anni 70 in seguito all’apertura al mercato formulata da Deng Xiaoping.

Senza soffermarci sui rapporti tra Italia e Cina nel corso dei lunghi decenni dal reciproco riconoscimento, vorremmo concentrarci sugli ultimi sviluppi socio- economici intrapresi dal 2018/2019 dal Governo Conte I (oggi Conte II).

In un momento in cui alcuni politici e magnati statunitensi promuovono la rivalità e la nuova “Guerra Fredda” che potrebbe sconvolgere il mondo, è necessario fare luce su cosa rappresentano gli accordi commerciali come la Nuova Via della Seta per evitare qualsiasi fraintendimento: l’iniziativa strategica socio-economica della Via della Seta è stata formulata nel 2013 da Xi Jinping; tra i vari paesi che hanno aderito, oltre ai paesi in via di sviluppo tra cui le altre realtà socialiste, l’Italia spicca in quanto unico paese del G7 ad aver firmato un memorandum.

Firma del memorandum d'Intesa fra Italia e Cina per la nuova via della seta
Firma del Memorandum Italia – Cina per lo sviluppo della “Nuova via della seta” in Italia.

Il memorandum, firmato il 22 marzo 2019 a Roma, prevede 29 accordi per almeno sette miliardi di euro ed include importanti investimenti infrastrutturali per trasporti, produzione di energia, logistica, porti, energia, aviazione e telecomunicazioni. Questi sono elementi standard della maggior parte dei Memorandum firmati con la Cina per i progetti BRI (Belt and Road Initiative, ovvero la Nuova Via della Seta). Dieci dei 29 accordi firmati dai due paesi riguardano intese economiche private e statali, diciannove rientrano nella collaborazione istituzionale, a seguire un elenco dei più importanti:

«Memorandum d’intesa sulla collaborazione nell’ambito della ‘Via della Seta Economica’ e dell’Iniziativa per una Via della Seta marittima del 21° secolo.»

«Memorandum d’Intesa tra il Ministero dello Sviluppo Economico italiano e il Ministero del Commercio della Repubblica Popolare Cinese sulla cooperazione nel settore del commercio elettronico.»

«Piano di Azione sulla collaborazione sanitaria.»

«Memorandum di intesa tra il ministero italiano dell’Istruzione, Università e Ricerca e il ministero della Scienza e Tecnologia della Repubblica Popolare Cinese sul rafforzamento della cooperazione sulla Scienza, Tecnologia e Innovazione.»

«Protocollo di Intesa tra l’agenzia Spaziale Italiana e la China National Space Administration sulla cooperazione relativa alla missione “China Seismo- Electromagnetic Satellite 02” (CSES-02).»

A seguito degli accordi stipulati, parte del Governo Conte appartenente al Movimento 5 Stelle riscontrava una maggiore apertura nei confronti di una cooperazione multilaterale con paesi al di fuori della sfera euro-atlantica, al contrario dei partiti di natura filoeuropeista. Il PD, ha infatti espresso immediatamente una contrarietà a tali accordi giustificata da un anticomunismo che da tempo contraddistingue il centro-sinistra in tutta Europa.

La destra di Salvini – ai tempi parte del Governo Conte I -, Meloni e Berlusconi esprimeva la stessa contrarietà temendo una “colonizzazione” dalla parte cinese. Differente, invece, il parere dei principali partiti comunisti in Italia che ritengono la collaborazione una via per affermare un’indipendenza economica dagli USA e dall’Unione Europea. Secondo i comunisti, inoltre, questi accordi potrebbero beneficiare il proletariato e i lavoratori italiani a patto di spostare i rapporti di forza a proprio favore, sviluppando un’efficace lotta di classe.

Il governo italiano ha cambiato radicalmente posizione nel corso di un anno sulla Cina aderendo alla “Crociata anti-cinese” ideata dagli Stati Uniti. Le sanzioni economiche sul paese asiatico, sanzioni a ufficiali e membri di rilievo del Partito Comunista Cinese, una stretta sorveglianza su aziende e abitanti di etnia cinese degli Stati Uniti al fine di produrre una vera e propria sinofobia, la sfrontata divulgazione di fake news e condanne infondate nei confronti della Cina – come le accuse di aver creato il virus Covid-19 in laboratorio -, il ban di diverse applicazioni e molto più importante, il Pivot to Asia, convergono in una tattica di isolamento della Cina da parte delle potenze imperialiste occidentali, così come è accaduto e accade anche nei confronti degli altri paesi socialisti e/o che si oppongono alle politiche statunitensi e della NATO.

La strategia adottata dagli Stati Uniti, vale a dire il Pivot to Asia, venne proposta nel 2011 da Hillary Clinton e divenne ufficiale durante la presidenza Obama: al fine di isolare la Cina, gli Stati Uniti stabiliscono rapporti diplomatici, economici e militari con paesi dell’Asia e del Pacifico e aumentano la propria presenza militare in paesi come la Corea del Sud o il Giappone. L’amministrazione Trump ha proseguito questo programma, alimentando scontri nei confronti della Cina come accaduto ad Hong Kong.

Gli intensi legami fra i leader “democratici” di Hong Kong e diversi esponenti del governo o della politica statunitense.

Le tanto discusse proteste di Hong Kong che hanno visto fronteggiarsi da una parte il governo Cinese Centrale, quello di Hong Kong e i loro sostenitori e dall’altra manifestanti eterodiretti e finanziati da Washington e Londra, le quali reclamano tuttora una sovranità sulla città del Delta del Fiume delle Perle – nonostante la dichiarazione congiunta che dispose il ritrasferimento alla Cina della colonia britannica nel 1997 – rappresentano un tentativo di golpe per destabilizzare il paese del Dragone Rosso.

Violent Riots in Hong Kong
Manifestanti violenti per le strade di Hong Kong (Fonte: Xinhua)

In merito alla questione di Hong Kong il governo italiano ed i partiti dell’opposizione hanno sostenuto posizioni chiare: il M5S, seppur formalmente dichiaratosi neutrale, ha espresso una “seria preoccupazione” per gli avvenimenti in corso; le parole di Di Maio (“Occorre preservare la stabilità, la prosperità, l’autonomia e il sistema di libertà e diritti fondamentali di Hong Kong”.) hanno dimostrato, invece, una neutralità non rispettata. Al contrario della timida linea dei 5S, richiamando ad un passato interventista dell’Italia, sia il centro sinistra del PD che la destra di Salvini hanno da subito affermato la propria “vicinanza” ai manifestanti di Hong Kong invitando in videoconferenza il leader Joshua Wong – noto per le sue frequentazioni con membri repubblicani del Senato USA – entrando di fatto in una discussione interna di un altro paese e, per questo, attirando a sé l’ira giustificata dell’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese in Italia.

Negli ultimi decenni la Cina si è impegnata nel co-sviluppo con altre nazioni attraverso il commercio e progetti civili reciprocamente vantaggiosi nella sua ascesa pacifica, invece di combattere nella terra degli altri come qualche potenza egemonica ha fatto anno dopo anno. Per generazioni, la Cina ha promesso di non cercare l’egemonia e ha mantenuto le sue parole dai leader dal defunto presidente Mao Zedong, al defunto leader Deng Xiaoping e successivamente all’attuale leader Xi Jinping.

“La Cina non ha alcuna intenzione di combattere una guerra fredda con nessun paese di questo mondo”, ha detto il presidente Xi nella sua dichiarazione al dibattito generale della 75a sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 22 settembre. “La Cina è il più grande paese in via di sviluppo del mondo, un paese che si impegna per uno sviluppo pacifico, aperto, cooperativo e comune”, ha aggiunto.

Nonostante, quindi, la Cina abbia sempre dimostrato un interesse nel porsi in maniera totalmente pacifica nei confronti degli altri paesi, senza influenzarne la politica e senza immischiarsi negli affari interni di nessuno – come specificato dal preambolo della Costituzione Cinese: “Il futuro della Cina è strettamente legato a quello del mondo intero. La Cina aderisce a una politica estera indipendente e ai cinque principi del rispetto reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale, della non aggressione reciproca, della non ingerenza negli affari interni dell’altro, dell’uguaglianza e del vantaggio reciproco e della coesistenza pacifica nello sviluppo delle relazioni diplomatiche e degli scambi economici e culturali con altri Paesi; La Cina si oppone costantemente all’imperialismo, all’egemonismo e al colonialismo, lavora per rafforzare l’unità con i popoli di altri paesi, sostiene le nazioni oppresse e i paesi in via di sviluppo nella loro giusta lotta per conquistare e preservare l’indipendenza nazionale e sviluppare le loro economie nazionali, e si sforza di salvaguardare la pace mondiale e promuovere la causa del progresso umano.” -, i paesi occidentali hanno invece dimostrato di non avere intenzione di fare lo stesso, volendo alimentare di fatto una nuova Guerra Fredda.

Continuerà l’Italia a muoversi verso un nuovo conflitto globale in linea alla politica atlantista ed anti-cinese, oppure farà un passo verso un nuovo multilateralismo?

Un articolo di Matt C. e Alessandro L.